TEORIA DELL’ALLENAMENTO

 

TEORIA DELL’ALLENAMENTO

 

Una definizione generale di “tecnica”, nel karate come in altri sport, può essere quella di gesto motorio finalizzato al raggiungimento di un obiettivo, situazionale e non. È opportuno premettere che quando si parla di allenamento nel karate, bisogna sempre distinguere l’allenamento del kata dall’allenamento del kumite, in quanto tecnicamente profondamente diversi tra loro.
Nel kata ci troviamo di fronte ad esercizi individuali, sempre uguali, che per essere appresi e memorizzati devono essere ripetuti diverse volte. Nel combattimento invece, il contesto cambia sempre,tempi e spazi non sono mai uguali. Con riferimento al kata si parla allora di closed skills (o abilità chiuse), mentre con riferimento al kumite si parla di open skills (abilità aperte).
Per fare un rapido esempio si pensi ad un kata: può essere eseguito sia ad occhi aperti che ad occhi chiusi (cioè escludendo uno degli analizzatori del proprio sistema nervoso); escludere l’analizzatore visivo nel kumite, combattendo per esempio bendati, renderebbe invece impossibile il combattimento. Il sistema nervoso possiede analizzatori che servono a raccogliere informazioni, questi si dividono in analizzatori di tipo esterocettivo e di tipo propriocettivo.
Gli analizzatori di tipo esterocettivo sono: acustico, tattile, visivo, questo ultimo importantissimo per i giochi sportivi e gli sport da combattimento. Gli analizzatori di tipo propriocettivo invece sono: il sistema vestibolare (equilibrio) e il sistema cinestesico (fusi, organi tendinei dei golgi, propriocettori articolari). Funzione degli analizzatori è quella di darci una rappresentazione totale del nostro sé dal punto di vista spaziale e temporale. Quando gli analizzatori ricevono delle informazioni, il sistema nervoso li elabora e, se necessario, formula un programma d’azione di risposta. Quindi il sistema nervoso organizza il programma del movimento, invia gli stimoli per la sua esecuzione, lo controlla continuamente e lo sanziona alla fine. L’apparato locomotore si muove perché gli vengono inviati una serie di comandi circa le azioni che devono essere compiute. La capacità di eseguire dei movimenti anche ad occhi chiusi si basa sulla memoria interna, nel caso del kata appunto, il corpo è già educato ad eseguire i movimenti e quindi li può realizzare anche escludendo l’analizzatore visivo. Nel kumite invece questo non è possibile perché quando introduciamo una limitazione nelle abilità aperte (open skills), non possiamo più eseguire la prestazione; e se invece la introduciamo nelle abilità chiuse (closed skills), il movimento può essere comunque eseguito. Non a caso gli sport da combattimento sono inseriti nel gruppo degli sport situazionali. Per definizione come abilità aperte (dove abilità sta per atto motorio, gesto), intendiamo abilità che è eseguita in ambiente variabile. La variabilità può essere data dal partner che fa attacchi, finte, spostamenti ecc; tutte le operazioni mentali devono allora essere talmente veloci da consentire risposte efficaci,tempestive ed adeguate. Quando si allena un’abilità chiusa, come ad esempio un kata, è consigliabile esercitarsi bendati: l’esclusione dell’analizzatore esterocettivo favorisce la discriminazione propriocettiva e quindi affina maggiormente il movimento. Per analizzare come opera il sistema nervoso lo si può suddividere in blocchi. Nel primo blocco si trova l’attività degli analizzatori che consiste nella percezione e nell’analisi. Nel combattimento si percepisce e si analizza il movimento dell’avversario; dati scientifici confermano che il tempo fisiologico, non modificabile, che trascorre dalla visione alla ricezione dello stimolo, è di 50 millesimi di secondo. Nel blocco successivo si ha l’interazione con la memoria: in questa fase lo stimolo viene confrontato con le relative informazioni presenti in memoria. Dopo di questo avvengono i processi decisionali. Nella memoria a lungo termine sono immagazzinate le conoscenze specifiche apprese in allenamento o in gara. Queste conoscenze possono essere ben organizzate in mappe, consentendo una ricerca rapida, quasi automatizzata; oppure non organizzate, in maniera definita abitualmente “a macchia di leopardo”. Nel primo caso le vie utilizzate per la ricerca della risposta ad un dato stimolo sono razionali e rapide mentre nel secondo caso la ricerca risulta confusa poiché non esistono vie razionali e preferenziali per la ricerca della risposta. Essendo le azioni estremamente veloci ed essendo il tempo di reazione semplice (cioè quello intercorrente tra l’elaborazione dell’informazione e la decisione) di circa 150-200 millesimi di secondo, la razionale organizzazione della memoria è fondamentale in quanto circa la metà del tempo di reazione complessivo è impiegato per scegliere la risposta opportuna. Bisogna poi decidere cosa fare dello stimolo in arrivo: è il blocco della cosiddetta “presa di decisione”. Questo momento è importante perché rappresenta la capacità umana di darsi uno scopo ancor prima di iniziare ad operare per conseguirlo. La rappresentazione mentale è allora il futuro necessario, la capacità di prevedere ciò che potrebbe accadere. In questa fase, che si chiama appunto della “pre-azione”, prima ancora di iniziare a muoversi sono svolte queste operazioni. È quel tempo che passa dal momento in cui si è percepito lo stimolo al momento in cui incomincia il movimento di risposta. Questo tempo deve essere il più breve possibile, pena l’inadeguatezza delle risposte rispetto allo scopo che ci si è prefissati. A differenza della fase percezione-analisi, il tempo della fase elaborazione-decisione è un tempo sul quale si può intervenire e quindi deve essere reso il più breve possibile. Per fare questo, dobbiamo preliminarmente verificare come, all’interno della memoria dell’atleta, siano organizzate le cosiddette abilità tecnico-tattiche, in quanto, se all’interno della memoria c’è disordine nell’organizzazione delle abilità e quindi delle conoscenze, passerà molto tempo fra l’elaborazione e la decisione e di conseguenza sarà ritardato anche il tempo d’inizio dell’azione di risposta. Se poi nella memoria esistono addirittura lacune, non c’è possibilità di risposte efficaci in tempi utili. Il punto centrale del discorso è quindi l’organizzazione della conoscenza nella memoria. Quando si parla di “memoria” nello sport, ci si riferisce alla caratteristica di riconoscere un gesto: si tratta allora della”memoria visiva”. Il gesto deve però essere riconosciuto appena nasce e bisogna capire immediatamente di che cosa si tratta in modo da rispondere in tempo utile. La memoria visiva risolve la prima parte del problema, poi bisogna operare concretamente, e saranno allora d’importanza fondamentale la memoria dell’analizzatore vestibolare, la capacità di utilizzare le informazioni relative a quella determinata azione, e la memoria cinestesica che regola le contrazioni muscolari. Quindi, parlando di memoria, non parliamo di “tecnica pura”, bensì di “tecnica inserita nel contesto situazionale”. A questo punto perché l’azione di risposta sia efficace, non è sufficiente che risulti corretta la scelta della riposta, ma è necessaria anche la rapidità d’azione, condizionata dalla capacità condizionale (forza rapida) e dalla capacità intermedia (mobilità articolare). Il “sistema di controllo” consente poi di verificare che, istante per istante, l’azione programmata e quella che si sta eseguendo, siano adeguate alla situazione. Nel far questo è anche possibile che l’azione venga modificata o interrotta qualora non risulti più adatta alla situazione concreta. L’azione che si compie è di conseguenza legata alle proprie capacità di regolazione delle contrazioni, ampiezza di movimenti e velocità (propriocezione), le quali devono adattarsi alle informazioni relative allo spazio e dal tempo(esterocezione). Ultimo blocco è infine quello del feedback. La differenza tra open e closed skills sta nel fatto che nel primo caso il sistema nervoso deve rispondere adeguatamente ad uno stimolo, nel secondo caso invece si opera in assenza di stimolo. Nell’evento open skill l’80-85 % dell’operazione trattata passa attraverso l’analizzatore visivo, quindi è di tipo esterocettivo mentre le restanti informazioni sono di tipo propriocettivo. Viceversa accade nell’evento closed skill. Nel caso del kumite, un allenamento in prevalenza svolto in assenza di partner, creerà una buona memoria propriocettiva che però non sarà integrata coi parametri spazio-temporali dell’aspetto situazionale. Nel caso del kata invece, gli analizzatori cinestesico e vestibolare prevalgono notevolmente su quello visivo(esterocettivo). Nelle closed skills non c’è nessuno stimolo in arrivo e si estrae direttamente dalla memoria l’informazione, rimangono comunque presenti la rappresentazione mentale, l’azione, il risultato, il sistema di controllo e il feedback. Metodologie : Due sono le conseguenze metodologiche. Innanzitutto nel kumite si parla di lavoro a coppie per il 30-35% in contesto situazionale, dove tutte le operazioni neuropsichiche sono svolte correttamente e le operazioni biomeccaniche si attuano secondo le necessità. In secondo luogo nel kata il lavoro a coppie ha poca utilità: nelle closed skills l’individuo deve affinare delle sensazioni propriocettive, le deve memorizzare e riprodurre con estrema precisione. Saranno necessari molto lavoro a vuoto e kata come esercizio specifico e di gara.

 

Sensei Gian Piero Costabile

6° Dan Fijlkam-Coni

Email: gianpiero.costabile@hotmail.com

Web: http://www.artimarzialicosenza.it

 

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